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Abbiamo pensato di dedicare al nonno e ai suoi racconti…

IL CHE

Quando ero piccolo, la mamma del nonno si ammalò e lui andò a vivere dalla nonna, la nonna Tunietta. La nonna Tunietta abitava aveva avuto 9 figlie e un figlio che morì in guerra e rimase vedova giovane perché il marito morì durante l’epidemia di spagnola. La povera nonna era sola con tutte le ragazze piccole e chiedeva spesso l’aiuto del suo vicino di casa, Michele, chiamato Che. Era grande e grosso e fece addirittura da modello per la statua che c’è a Borgomanero di fronte alla stazione, quella dell’uomo che spacca le catene. Il Che era caratteristico, aveva delle galline con cui chiacchierava in dialetto: “Scina t’è fac el cocu?” (“Gallina hai fatto l’uovo?”). Quest’uomo grande e grosso era anche un po’ bizzarro: andava a messa a Borgo tutte le domeniche e non aveva gli scarponi ma usava gli sciabò, degli zoccoloni di legno tipo quelli olandesi dentro i quali metteva del fieno per tenere caldi i piedi. Provate a immaginarvelo mentre arriva a Borgomanero, in chiesa, grande e grosso, con gli sciabò – POM POM POM. E non c’era verso di non accorgersi di lui perché, tra l’altro, prendeva sempre posto al primo banco. Una domenica, seduto al suo posto, non trovava pace, continuava a muoversi e a dire “Ci deve essere qualcosa nello sciabò che mi dà fastidio”. Immaginatevi la sorpresa di tutti quando, togliendosi lo sciabò, ne tirò fuori una lanterna di cui non si era neanche accorto!
Il Che era un gigante buono e gentile che aiutava tutti. Mia nonna diceva “Che, mi fai questo lavoretto?” e lui rispondeva sempre “Sì Tunietta, va bene, però mi dai il soldo per la scigala (sigaretta di tabacco)”. La nonna glieli dava, lui faceva il lavoro e prendeva il soldo. Faceva soprattutto lavori molto faticosi; per esempio, quando era la stagione del granoturco e nei campi si raccoglievano le pannocchie, lui le legava strette in enormi mucchi, se le caricava sulle spalle e si metteva in cammino. Dal paese vedevamo arrivare queste montagne di pannocchie e potevi star certo che sotto c’era il Che!

STORIA DI CRA

C’era una volta, e c’è ancora, un nonno che qualche anno fa era un ragazzo. Quando aveva tempo libero andava in giro per i boschi di Santa Cristina a Borgomanero, in provincia di Novara, e lì cercava i nidi degli uccelli, portava a casa i piccoli, li addomesticava, li curava. Un giorno, mentre era nel bosco, in un cespuglio vide un corvo ferito all’ala: un cacciatore gli aveva sparato e questo non poteva più volare e cercare il cibo.
Allora il nonno lo prese con sé, lo avvolse nella camicia e lo portò a casa dove lo mise in una voliera. Gli preparò un giaciglio con il fieno e tutti i giorni andava a cercare i lombrichi per farlo mangiare. Lo chiamò Cra, perché era il verso che faceva. Gli dava i lombrichi e le granaglie, lo curava e fu così che piano piano Cra guarì: volava in giro per il cortile e quando il nonno lo chiamava gridando “Cra Cra” lui veniva e mangiava il cibo dalle mani del nonno. Andò avanti così per un po’, con il nonno che tutti i giorni lo curava, gli procurava il cibo e lo accudiva.
Un bel giorno Cra, però, sparì! Il nonno si chiedeva dove fosse e se, forse, l’avesse mangiato qualche gatto. Passato qualche mese, il nonno era sul prato quando si vide arrivare sulla testa accompagnato da una femmina e da alcuni piccoli. Era Cra, arrivato per far conoscere la sua famiglia al nonno. Volarono a lungo festosi, rimasero lì qualche ora e dopo volarono via, senza fare più ritorno.

LA GALLINA MONCHERINA

Il nonno qualche anno fa era un ragazzo e aveva conigli e galline a cui dare da mangiare. Andava anche a tagliare l’erba, con la falce, quella grossa. La tagliava vicino a casa e quando lo faceva, le galline gli stavano sempre vicino per mangiare gli insetti.
Un giorno, una gallina più vivace delle altre vide un insetto e si buttò per prenderlo proprio mentre il nonno stava tagliando un ciuffo d’erba con la falce fienaia: la zampina venne tagliata di netto!
Addolorato per la povera gallina, il nonno sospese tutto e corse a casa per cercare di curarla e di guarirla, o almeno di alleviarle il dolore. Le preparò un bel giaciglio col fieno, le portò da mangiare perché non doveva e non riusciva a muoversi, la disinfettò e bendò. Il nonno però poi si preoccupò all’idea che non potesse camminare senza sporcarsi la ferita e infettarsi! E allora che fece? Dovete sapere che la mamma del nonno, qualche giorno prima, aveva comprato dei bei guanti di pelle… al nonno sembrò la soluzione perfetta: senza dire nulla alla mamma, tagliò una delle dita del guanto e preparò uno stivaletto per la gallina. Ora immaginatevi la reazione della mamma quando si accorse che i suoi nuovi guanti erano rovinati per sempre…! Il nonno però era soddisfatto e felice perché con il suo stivaletto la gallina riusciva nuovamente a camminare!

Sempre il nonno aveva – e ce l’ha ancora – una sorella, la zia Titti, più giovane di qualche anno. Come tutti e fratelli e le sorelle bisticciavano spesso e volentieri: bisticciavano in cortile, in casa, dappertutto! Dovete sapere che questo nonno quando era ragazzo andava in giro per i boschi, portava a casa gli uccelli, li addestrava e li addomesticava. Aveva addestrato anche setto o otto tortore, di quelle con il collare, bianche, belle. Si era procurato una voliera per proteggerle dai gatti che durante la notte avrebbero potuto mangiarle e le tortore ricambiavano la sua premura entrando nella voliera tutte le sere per riposarsi. La mattina poi il nonno apriva la voliera, dava loro da mangiare, le faceva uscire a fare un giro e poi tornavano quando le chiamava. Le tortore erano alleate del nonno e, quando bisticciava con la Titti, chiedeva il loro aiuto. Dovete sapere che Titti aveva tanti capelli neri molto ricci, il nonno chiamava le tortore, loro volavano in testa a sua sorella per beccarla, lei si spaventava e non riusciva a togliersele di torno. La lite finiva così, con la fuga di Titti e le tortore che rientravano nella voliera.

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